Museo della civiltà contadina, delle arti e delle tradizioni popolari di Morro D’Oro

Il museo della civiltà contadina, delle arti e delle tradizioni popolari di Morro D’Oro, fondato nel 1983 grazie all’impegno del Prof. Mario Martella, etnografo locale che raccolse numerose donazioni degli abitanti della città, costituisce una mostra permanente per quanti abbiano voglia di riscoprire origini e scene di vita quotidiana che diversamente andrebbero perdute.

Il Museo, organizzato su tre  piani del palazzo De Gregoriis, edificio ottocentesco  ristrutturato nel 1999, contiene centinaia di oggetti, dai più rari ai più comuni, collocati secondo un criterio logico-didattico che consente una facile e piacevole consultazione di quanto esposto.

Per i giovani osservare i singoli oggetti del lavoro e della vita quotidiana vuol dire entrare in contatto con un mondo che sta scomparendo quasi del tutto, per i più grandi significa fare un volo con la fantasia, rivivere le gioie e i dolori dei nostri avi che, con grandi sacrifici, hanno posto le basi della civiltà odierna.

Antichi sapori, odori, usanze, il calore del focolare e dello scaldino, l’atmosfera delle lunghe e fredde serate invernali, il rumore del pestello e del mortaio, del macinino del caffè d’orzo, del transito degli animali nelle vie del paese, l’odore del mosto, del pane e dei dolci appena sfornati, dell’olio novello,  ad ogni passo dentro il museo gli occhi e la mente saranno rivolti alla magia del mondo agricolo e alle decine di utensili che ne scandivano  le lunghe giornate, nei campi o nelle attività domestiche.

In quella civiltà la donna aveva un ruolo importantissimo. Davvero tante le mansioni che ne facevano il perno della famiglia: l’approvvigionamento dell’acqua, la lavorazione del pane, il “fare il bucato” al fosso o alla fontana pubblica, la cura dei bambini, degli animali domestici e del bestiame, la coltivazione dell’orto, e poi ancora la cucina e la gestione della casa, le attività di supporto al duro lavoro degli uomini, come la semina, la mondatura, la mietitura, la vendemmia, la raccolta delle olive, e tante altre occupazioni che la vedevano protagonista in tutte le stagioni.

Morro D’Oro è dunque orgogliosa di poter offrire al visitatore attento una ricca rassegna di antichi e preziosi oggetti  che, uno per uno, delineano la storia del paese, e che portano ad un dolce viaggio nella nostra memoria comune.

sala 1

Sala 1

L’agro di Morro D’Oro, fin dai tempi remoti, è sempre stato considerato ad alta vocazione vitivinicola. Di fondamentale importanza ai fini della produzione dell’uva era operare una scelta oculata sia dei tipi di vitigni da coltivare, sia della natura del terreno, della sua quota sul livello del mare e della sua esposizione.

La collezione è incentrata sulla vendemmia, durante la quale le donne intonavano  canti (“li cante de la venegne”) accompagnati dalla tradizionale fisarmonica morrese,  e gli uomini trasportavano l’uva attraverso le bigonce (“li begonze”), grandi contenitori in legno. La pressatura dell’uva è documentata da vari torchi. Un torchio grande (“lu turchie grosse”), attrezzo in legno di grandi proporzioni, veniva usato in comune da diversi nuclei di vinificatori, per cui era ubicato in una zona facilmente raggiungibile; l’altro torchio di media grandezza (“lu turchie”) serviva a spremere la polpa, bucce e vinacce.

La vasca deraspatrice  (“la vasatrice”) in legno serviva a separare gli acini dai raspi, per evitare che il mosto prendesse un sapore diverso da quello che caratterizzava la polpa del chicco d’uva.

Un tino della vendemmia (“la tine de la venegne”) ,in legno, serviva per raccogliere il mosto denso e dolce.

C’è poi una botte (“la votte”) formata da un certo numero di “doghe” rette da fasce circolari in ferro.

Nella sala vi sono anche alcuni serbatoi con pompe per trattare l’uva  con acqua ramata, che serviva a tenere lontani i parassiti dalle piante.

A concludere una  vetrinetta con piccoli oggetti necessari alla conservazione del vino, come il tappasugheri, per comprimere il turacciolo nelle bottiglie, lo sturavotte ed il succhiello per perforare le botti.

Sala 2

Sala  2

Nella seconda sala sono esposte fotografie d’epoca e un antico smielatore, contenitore cilindrico azionato a mano da una manovella che consentiva di estrarre il miele dai favi senza distruggerli.

Nelle varie zone del territorio agricolo morrese sono sempre stati numerosi gli insediamenti di apicoltura, antica e remunerativa arte dell’allevamento delle api.

sala 3

Sala  3

La terza sala è dedicata al grano, coltivazione fondamentale per l’economia contadina morrese, che occupava buona parte del territorio comunale. Gli oggetti esposti documentano tutti i processi della filiera dopo il raccolto:  un mezzetto  (“lu mezzette”), una bascula  (“la bascuije”) usata per pesare i sacchi colmi di frumento, un crivello  (“lu crivelle”) che serviva a separare il frumento dalle scorie. La cernita avveniva agitando il crivello pieno di grano orizzontalmente.

Nel settore della pesatura si trovano esposte bilance in ferro. Una stufa di ghisa e una svecciatrice (“la svasatrice”) per separare il grano dalla veccia nera; una macinella (“lu sfarratore”) vale a dire una pietra che veniva usata prima che entrassero in funzione i mulini ad acqua per macinare il farro; i canestri di paglia intrecciata (“li paijaruli”) usati per conservare la farina; i setacci per separare la farina dalla crusca.

Una madia  (“lu cascione”) è un mobile rustico a forma di parallelepipedo: originariamente veniva confezionato ad Arischia, nell’Aquilano, in seguito divenne di uso comune in quasi tutte le case coloniche, e così le madie furono preparate anche dai falegnami locali.

In questo tipo di mobile veniva conservato il pane raffermo per fare  lu sdeijune”,ovvero la prima colazione,  consistente nel pane bagnato con acqua, olio ed aceto (“la ciautella”). Il pane serviva anche per preparare “lu panecotte e lu pangalluccio” con il pomodoro.

sala 4

Sala  4

Le tante tomolate dell’agro di Morro D’Oro erano sottoposte ad un calendario di lavori che attraversava tutte le stagioni, dall’autunno all’estate successiva. L’aratura apriva i lavori.

La quarta sala descrive, tramite l’esposizione degli attrezzi, veri reperti dell’antico passato sul lavoro dei campi, che fa parte integrante della storia della nostra società.

Un aratro, attrezzo molto antico, risale all’epoca in cui i vomeri (“li umire”) erano interamente di legno. L’aratro serviva per arare il terreno morbido e fare dei solchi.

Un piccone per la terra dura; una zappa dalla lama larga e tozza ed un vomero di ferro.

Un erpice (“lu streppatore”)  serviva a liberare il terreno dall’erba spontanea e dalla flora dannosa ed a sgretolare le grosse zolle. Questo attrezzo è caratterizzato dalla figura in ferro del contadino che lavora.

Una mangiatoia, la greppie”, al cui interno si mettevano  erba e foraggio per far mangiare il bestiame della stalla. Anche in questo caso è rappresentata una mucca mentre mangia.

Le museruole per gli animali della stalla ed un falcetto per tagliare l’erba.

I ferri usurati forgiati dai maniscalchi di una volta, ormai quasi del tutto scomparsi.

Il giogo  (“lu jove”) di legno pesante  lavorato accuratamente da “li faocchi”, gli artigiani  fabbricanti di carri  agricoli, veniva legato sui colli delle coppie dei buoi da tiro per tenerli accoppiati.

Il giogo decoratolu jove pittate”.

I vomeri (“li umire”) in ferro per aratri.

I vomeri dopo un numero copioso di arature, venivano smontati e portati dal fabbro per rifarne le punte e l’affilatura. Questa operazione veniva detta “…arsallare la umire”,ovvero rinsaldare il vomero.

Una falce, un rastrello, un forcone, una zappa a doppio uso, metà zappa  e metà bidente.

sala 5

Sala 5

La quinta sala “ospita” il lavoro artigiano, che nel territorio di Morro D’Oro ha sempre rivestito una  certa importanza economica e sociale.

In questa sala sono rappresentati i vari lavori del passato, ma uno spazio maggiore è stato riservato a due categorie: falegnami e calzolai, senza escludere gli altri come i sarti, i barbieri, i cardatori ed i lavoratori del rame.

I falegnami erano quelli che venivano frazionati in più specializzazioni:

c’erano quelli che fabbricavano mobili rustici (vedi la madia), altri che diventavano ebanisti e tentavano di costruire mobili di casa, i bottai (che evitavano ai vinificatori di rivolgersi ad artigiani di altri paesi per avere i contenitori del mosto), ed i lavoratori del rame (“li callarale”).

Poi c’erano gli artigiani in affitto, coloro che si adattavano al pagamento in natura (“lu staije”), calzolai, sarti e fabbri.

I primi si distinguevano fra ciabattini, riparatori di scarpe vecchie e calzolai (in grado di confezionare scarpe nuove su misura). Venivano chiamati presso le case, ed erano ammessi nei locali della stalla. Nella camera da pranzo venivano ospitati i sarti, sia quelli che rigiravano le giacche vecchie, sia quelli (chiamati “maestri”) che confezionavano abiti nuovi su misura.

I fabbri lavoravano nelle botteghe, rifacevano le punte ai vomeri, il filo alle zappe ed arrotavano le falci.

Poi c’erano i maniscalchi che provvedevano a fornire  ferri, chiodi e “le forcette” nasali per i quadrupedi.

Anche nelle barberie si eseguiva il lavoro a “staijo” con pagamento mensile: tre uova per una barba, un pollo per un taglio di capelli e tre salsicce per una frizione.

Più raffinato il lavoro femminile che si riferisce alle ricamatrici che lavoravano in casa. Loro clienti erano le giovani che si apprestavano a preparare il proprio corredo da sposa.

sala 6

Sala 6

La sesta sala è dedicata alla tessitura, attività molto diffusa fino alla prima metà del Novecento, quando le coltivazioni di canapa  e gli allevamenti di bachi da seta occupavano gran parte della piana del fiume Vomano.

Nella sezione sono esposti:

Un filatoio (“lu filarelle”) è l’attrezzo  che apre il percorso che va dalla filatura alla tessitura.

Un telaio (“lu telare”) è una grande macchina tutta in legno per l’intreccio della lana e per l’ordito (per eseguire la tessitura).

Una maciulla (“lu vattatore”) è un antico attrezzo, in disuso da quando fu proibita la coltivazione della canapa, per battere quest’ultima ed il lino.

L’aspo è un arnese di canne girevole che serve a formare la natura del filato.

L’arcolaio (“lu vinnele”) è un attrezzo  utilizzato durante le operazioni di filatura per reggere la matassa di lana.

Le forbici per la tosatura delle pecore e pettinini per il lino e la lana.

sala 7

Sala 7

La settima sala, dedicata alla donna, ripropone l’ambiente casalingo per eccellenza, la cucina, con tutti gli oggetti utilizzati dalle donne per la preparazione dei pasti e la cura della casa.

Viene ricreata la credenza con l’allestimento di mensole espositive. Oggetti usati in cucina: parte finale di una cuccuma, boccale tutto di rame lavorato, un raschietto per il farro, una mezzaluna in ferro con manici di legno per tritare la carne, uno shiacciapatate in terracotta, un cucchiaione in legno bucherellato ed una grattugia anch’essa in legno.

Un matterello zigrinato in legno, tavola lignea ber battere la carne ed un attrezzo da mettere sul fuoco per abbrustolire l’orzo ed il caffè.

Un piatto in ceramica di Castelli, un piatto ovale (“la sperlunghe”) , una zuppiera (“la suppire”) smaltata in bianco, un contenitore bucherellato per prendere la pasta dall’acqua bollente ed alcune grattugie di vare tipi.

Una “chitarra” (“lu maccarunare”), vari tipi di tegami (“la tijelle”) ed uno scolaestratto di pomodori.

Molti tipi di brocche  (“la truffola”) contenenti acqua da portare ai contadini che lavoravano nei campi, una brocca (“la petarre”) per contenere olio ed aceto, e due boccali (uno in terracotta ed un altro in ceramica).

Mortai in legno (“lu sazzire”) che venivano fatti a Preturo dai tornitori di legno, mortai in bronzo che provenivano da Penna Sant’Andrea, mentre i mortai in pietra venivano scolpiti dagli scalpellini di Secinaro e servivano per macinare ceci per farne farina.

Orologio per il girarrosto ed un’acchiappamosche, vaso in vetro colmo d’acqua per far annegare le mosche.

Ferri da stiro, alcuni con un contenitore che veniva riempito dei carboni ardenti ed altri piccoli che venivano scaldati per stirare colletti e polsini delle camicie; ancora utensili in ferro da camino, due tipi di caldaie di rame, un grande tegame con il manico (“la fressora”), un tritacarne ed un tegame bucato per abbrustolire le castagne.

Conca dalla grande imboccatura con due manici laterali ed il ramaiolo (“la manire”). La conca, rivestita da una patina di stagno per evitare che l’ossido di rame inquinasse l’acqua,  serviva per andare a prendere l’acqua alla fonte e veniva portata dalle donne che la sorreggevano in equilibrio sul capo.

Un caldaro (“la callare”) anch’esso di rame.

E poi cestini di vimini (“li sfriscelle”) che contenevano il formaggio fresco da rivoltare due volte al giorno durante l’essiccagione, un forchettone, una tavoletta in legno (“lu schifette”) sul quale si appoggiava la pasta all’uovo lascandola riposare prima di cuocerla.

Una giara per contenere liquidi ed una teglia (“la tijella”) di coccio per far bollire il ragù di carne ed il brodetto di pesce.

sala 8

Sala 8

Nell’ottava troviamo esposti:

Un telaio (“lu predde”), in legno, serviva per riscaldare il letto e veniva messo sotto le coperte con sulla base foderata di stagno uno scaldino in coccio (“la monaca”) ripieno di brace.

Una culla  in giunchi intrecciati, spostabile perché dotata di quattro rotelle.

Lumi in ottone lavorato di varia grandezza, un lumino ad olio fatto dagli stagnini locali con le parti saldate con lo stagno fra di loro.

Per alimentare questi tipi di lumi veniva usato l’olio di scarto, nella fattispecie della friggitura.

Scaldaletti in rame con la parte superiore forata per fare uscire il calore, il manico per muoverlo sotto le coltri ed il contenitore della brace.

Un asciugapanni (“lu asciugatore”) in forma cilindrica di compensato ricurvo. Nell’interno si mettevano i panni ad asciugare. Nella parte inferiore del cilindro si collocava un contenitore della brace per riscaldare i panni.

Un lavabo con piano in marmo, uno specchio verticale e sotto un bacile ed una brocca smaltata per l’acqua. Due macchine da cucire: una grande a pedale e l’altra, più piccola, a manovella.